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Con le mani sporche, le idee testarde e la voglia di far crescere qualcosa che resti. Qui non si gioca a fare i contadini: si lavora, si sbaglia, si impara. E intanto si sistema una masseria, si accende un fuoco, si cucina per chi ha voglia di ascoltare una terra che parla davvero.
Ci è capitata una terra. Potevamo lasciarla lì, crescere rovi e al massimo farci le grigliate la domenica. Invece abbiamo deciso di prenderla sul serio. Non sapevamo se piantare alberi o idee, se costruire una cucina o una storia. Alla fine abbiamo scelto di fare tutto insieme. Una masseria con le ossa rotte, fratelli con le mani sporche, e un progetto che cambia ogni giorno ma ha già messo radici. Questa è la nostra partenza. Niente fiocchi, niente cerimonie. Solo il desiderio di dare un senso a un pezzo di terra, a modo nostro.
Siamo due fratelli. Uno cucina, l’altro organizza. Tutti e due testardi, concreti, allergici alle pose. Non abbiamo ereditato una tradizione centenaria. Non siamo figli d’arte. Siamo figli di terra, sudore e scelte fatte di pancia. La nostra forza? Non fare finta. E mettere in fila idee, braccia, e sogni con la zappa in mano. A Tenuta Abramo ci trovi sempre: tra un muretto da rifare, una prova di affumicatura, un trattore che non parte, e mille piani per far dialogare una terra con chi ha ancora voglia di ascoltarla.
Giudice ufficiale di competizioni internazionali di barbecue (quelle vere, con giurati e bistecche da medaglia – KCBS & SCA), PitMaster, maestro del fuoco e del fumo, con un passato da DJ, tecnico del suono e delle luci, e 20 anni di eventi e turismo alle spalle. Oggi divido la mia vita tra la cybersecurity, i vini (sono sommelier FIS fresco fresco) e la griglia. In pratica: un nerd col carbone. Testardo, irrequieto, analitico. Ho iniziato a cucinare per rimorchiare – poi ho capito che mi piaceva anche impiattare. Studio marketing e gestione d’impresa per passione (e per istinto), e sogno un giorno di unire tutto questo in qualcosa che lasci il segno. Ho vissuto, lavorato e mangiato in 32 Paesi, attraversando più di 200 città. Ogni piatto che preparo ha una storia da raccontare. E se vuoi farmi felice: regalami una griglia nuova. O un biglietto per Hogwarts.
Sono cresciuto tra tavoli da sparecchiare e forni accesi. A 16 anni già impastavo, poi sono passato dietro al bancone, in cucina, in sala, fino a gestire locali veri. Ho studiato, osservato, assaggiato tanto. Oggi sono sommelier FIS, studente di Scienze Alimentari e continuo a farmi domande su quello che mettiamo nei piatti. Non parlo molto, ma ascolto tutto. Mi muovo in silenzio, ma con una direzione precisa. Preferisco la sostanza alla scena. E se mi chiedi cosa mi guida, ti rispondo così: rispetto per la materia prima, cura per le persone, fame di sapere. Non cerco palcoscenici. Mi basta che il piatto sia quello giusto, nel momento giusto.
Tutto comincia con i nonni, che lavorano la terra per sfamare la famiglia. C’era una vigna, qualche pianta di mele, una stalla con i maiali e niente era di troppo. Si coltivava per necessità, ma anche per orgoglio.
La vigna viene estesa, e il rito della vendemmia diventa una festa. Si pigia l’uva a piedi nudi e il vino “di casa” comincia a girare tra amici, bottiglioni e tavolate lunghe. È il gusto della fatica, ma anche della comunità.
Ogni anno qualcosa cambiava: una fila di piante nuove, un muretto sistemato, una rete spostata. Niente progetti scritti, solo continuità silenziosa. Si coltivava a rotazione: patate, pomodori, legumi. Arrivano anche nuovi alberi da frutto: fichi, susine, ciliegi. L’obiettivo resta lo stesso: mangiare bene, con quello che c’è.
La tenuta resta lì, silenziosa. Ma nessuno osa toccarla. Ogni volta che si torna, si passa prima dal cancello della masseria. Per vedere se è tutto a posto. E per respirare.
Due fratelli decidono di riaccendere la terra. Ma senza nostalgie: si parte da ciò che c’è e si immagina ciò che può essere. Una fattoria moderna, un luogo da condividere, un sogno agricolo (e un po’ punk).
Non abbiamo un piano decennale. Abbiamo una direzione. Vogliamo che la Tenuta diventi un posto vero. Un luogo dove si viene a sporcarsi le mani, mangiare bene, imparare qualcosa e magari ripartire un po’ diversi da come si è arrivati. Un posto vivo, dove il cibo ha una storia, la terra ha una voce, e ogni cosa ha un perché — anche la brace. Lavoriamo per trasformare ciò che abbiamo ereditato in un’idea nuova di accoglienza, sostenibilità e cultura gastronomica. Ma soprattutto, in un modo concreto per valorizzare una terra che ci ha visti nascere e i suoi prodotti più autentici. Non vogliamo essere l’ennesimo agriturismo da Instagram. Cerchiamo relazioni, esperienze, significato. Non vogliamo fare tutto. Ma vogliamo fare bene quello che ci somiglia.
Nessuno ci ha lasciato un piano, un’agenda o un guru da seguire. Solo una terra, delle idee e un po’ di testardaggine. Oggi proviamo a farle diventare qualcosa che abbia senso. Se vuoi farne parte, le porte sono aperte. Se no, almeno sai dove trovarci quando hai fame (di cose buone, o di storie vere). Dacci Retta!


